Sentiero N. 1 – Alta Via dell’Adamello, per escursionisti esperti: 2° tappa, dal rifugio Maria e Franco al rifugio Prudenzini, 14 agosto 2016.

Sentiero N. 1 Alta Via dell’Adamello: una sessantina di chilometri da Bazena al Rifugio Garibaldi e a Malga Caldea, in 4 giorni, tra i 2.000 e i 2.900 metri.

Come ci è stato consigliato, partiamo dal rifugio Maria e Franco alle 7.00, la luce è stupenda: si preannuncia un’altra bella giornata da trascorrere lungo il Sentiero N. 1 Alta Via dell’Adamello. Non siamo riusciti a riposare granché nella camerata che ci ospitava, ma le gambe sono sciolte e il cervello è resettato. Camminiamo agevolmente in direzione del suggestivo lago d’Arno, sotto le guglie di catene montuose che vanno dai 2.550 ai 2.800 mt. Superato il passo Sega d’Arno, dopo circa un’ora di escursione, prendiamo a destra in direzione del rifugio Lissone, dove pranzeremo. Scendiamo al passo di Campo e riprendiamo poi a salire. Intercettiamo la cascata del torrente proveniente dal vicino lago d’Avolo, che attraversiamo con l’ausilio di catene e scalette. Frustati dal sole, già forte di prima mattina, avremmo tanta voglia di denudarci e spaparanzarci sotto il corso d’acqua per almeno mezz’ora: ne approfittiamo per riempire la borraccia. L’acqua pura di montagna è spesso presente lungo tutto il Sentiero n. 1 Alta Via dell’Adamello – e, infatti, tanti sono gli invasi idroelettrici -, quindi non si rimane mai a secco. L’unico problema è che si tratta di acqua povera di minerali, da arricchire perciò con un’adeguata scorta di bustine di integratori salini (indispensabili compagni), altrimenti stai sempre attaccato alla borraccia e non ti disseti mai. Risaliamo al passo d’Avolo e raggiungiamo il passo Ignaga: da qui la Val Saviore fa impressione per quanto appare schiacciata in basso. Siamo alle prese con un altro percorso militare della prima guerra e, soprattutto, con il mio incubo notturno: le creste del monte Ignaga! Secondo la guida si tratta del tratto più pericoloso dell’intera Alta Via dell’Adamello e, in effetti, cammini su un passaggio stretto con uno strapiombo di centinaia di metri che in certi punti è su ambo i lati; il percorso è lungo più di 1 km. Qui bisogna fare attenzione, tuttavia, grazie all’ausilio di catene, scale e di tavole di rinforzo, si procede senza eccessiva fatica, con vedute accattivanti su entrambi i versanti: fa impressione pensare che fosse percorso quotidianamente dai soldati. Il problema arriva alla fine di questo lungo passaggio, visto che per raggiungere il rifugio Lissone, visibile sullo sfondo, passiamo dai circa 2.400-2.500 mt ai 2.000 mt. Ovvero, dovremo percorrere una difficile discesa per “ripidi canaloni” come recita la guida, un vero supplizio per le ginocchia, un estenuante zig zag prima di guadagnarci il meritato pasto. Arriviamo al Lissone verso le 13.00, dopo aver incrociato un’altra meravigliosa cascata.

Ripartiamo intorno alle 14.00, e subito si apre ai nostri occhi la bellissima Valle di Adamé, attraversata dal dinamico torrente Poglia, finalmente un lungo tratto su terra, quasi in leggera salita: un vero relax. Ciò nonostante, superata Baita Adamé, non possiamo certo renderci conto dell’impresa che ci attende: un’arrampicata di circa 700 metri al fine di raggiungere il passo Poia (2.810 mt)! Un paio d’ore che mi sembrano interminabili, con un susseguirsi di “false cime” che destabilizzano il self control e tratti di livello 1/2 in cui procedo quasi carponi. In diversi punti francamente mi domando, esausto, chi me l’abbia fatto fare. Fortunatamente dividiamo il nostro supplizio con un gruppo di simpatici bresciani, e il loro corollario di “pota, casso, figa”, nonché, caratteristica comune con altri gruppi che incontreremo, l’abitudine di essere piuttosto ciarlieri; sinceramente non so dove trovino le forze anche per parlare, mentre io a malapena riesco a trascinare i pesanti scarponi.

Non mancano le emozioni: all’improvviso, un camoscio si precipita come un razzo nella nostra direzione, saltellando sui massi con la stessa disinvoltura con cui si scenderebbero le scale, e in pochi secondi percorre un tratto che a noi è costato ore!

Guadagniamo finalmente il passo, dopo quasi 2 ore, e subito il nostro sguardo è catturato dal ghiacciaio, il Pian di Neve, che prepotentemente si affaccia a oltre 3.000 mt sulla testata della val Salarno. Ma per non smentire quella che sembra ormai una regola non scritta del Sentiero n. 1 Alta Via dell’Adamello, la discesa complicata, impegnativa, sui soliti grossi massi granitici, ci fa rimpiangere l’arrampicata appena conclusa: insomma il pasto/ristoro te li devi sudare fino all’ultima goccia! Dopo aver arrancato per circa 600 mt, siamo finalmente sul fondo della Valle Salarno. Qui ti senti veramente “schiacciato” a oriente e occidente dalle catene di 3.000 mt con i loro circhi glaciali, sopraffatto dalla natura: una sensazione di stupore che fa quasi paura. Intorno alle 19.00 giungiamo al rifugio Prudenzini (2.235 mt), appena in tempo per la cena ma, soprattutto, per l’agognata doccia calda. L’escursione è durata 11 ore.

Luca Parri

P.S. Scopri le altre tappe del Sentiero N. 1 Alta Via dell’Adamello:

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