Polenta

La polenta è un piatto della tradizione culinaria della Valle Camonica. Si presenta piuttosto solida e si mangia lungo tutto l’arco dell’anno, in genere  la domenica, abbinandola a carne, selvaggina, salame cotto, in un intingolo a base di latte o panna oppure accostandola a formaggi nostrani fusi o ai funghi.

RICETTA

500 grammi di farina di mais bramata, macinata a pietra nel mulino di Bienno 😉

1,8 – 2  litri di acqua

10 grammi di sale grosso

Si versa l’acqua in un paiolo in rame, la si porta a ebollizione e si mette il sale. Si aggiunge la farina a pioggia, mescolando velocemente con una frusta per impedire la formazione di grumi.  Si passa poi al mestolo in legno con cui si continua a girare con forza (menar in dialetto), senza fermarsi, per 40-45 minuti circa.

La polenta sarà cotta quando la crosta comincerà a staccarsi dai bordi del paiolo. Non resterà che rovesciarla, con un gesto deciso, sul tagliere tondo e servirla in tavola.

A proposito! Le croste di polenta sono deliziose. Non lasciatele sul paiolo 😉

Per concludere degnamente questo articolo, legato ai ricordi dei pranzi domenicali preparati da papà, vi lascio con l’ode alla polenta di Padre David Maria Turoldo, religioso e poeta che ho avuto l’occasione di conoscere quando ero una ragazza.

Barbara

Polenta mia

di Padre David Maria Turoldo

[…] E finalmente la polenta.

Tutto il paese, la sera, un dolcissimo odore di polenta appena rovesciata sul tagliere; ed era finalmente il richiamo per cui noi lasciavamo di giocare a «muduk» e a bandiera sulla piazza. E la mamma non faceva più fatica a chiamarci perché una voce, quella dell’appetito, ci portava a casa tutti come rondini.

Polenta mia, guai se qualcuno parlerà male di te. Io non ho mai conosciuto il pane: a casa il pane lo mangiava soltanto chi si ammalava; ma era un caso raro, e poi tanto poco da fare appena una “panade”.
Ma la polenta! Cosa nascondevi dentro la tua sostanza per farci crescere tutti così grandi, in fretta? Tutti noi fratelli, alti come gambe di granoturco, forti, instancabili più degli altri (mai una malattia che ci abbia minati ); e, ancora ragazzi, con il piccone, d’inverno, a estirpare i ceppi perché il focolare fosse
sempre caldo.

Mattina, latte e polenta; mezzogiorno, minestra e polenta; la sera, radicchio, «argelùt» e ancora polenta . E, anzi, nei giorni duri, di magra, io ricordo mio padre che tagliava due fette dalla piccola montagna d’oro e me ne metteva una per mano e mi diceva: “Ecco, una la chiamerai polenta e l’altra formaggio”. E io che ci credevo; e addentavo ora da una mano ora dall’altra, fingendo di mangiare polenta e formaggio. E gli amici, quelli delle poche famiglie ricche del paese, mi prendevano in giro, m’insultavano. Io piangevo, eppure non potevo pensar male della polenta, non potevo dir male di mio padre[1].

[1] Mia infanzia d’oro, Padre David Maria Turoldo, Servitium Editrice, 2012.

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